Introduzione a cura di Mariella Enoc a dialogo con Erica Bertinotti (18 Marzo)
Introduzione a cura di Angela Maria Malosso in collaborazione con Soroptimist Club Novara (19 Marzo)
Drammaturgia e libretto di Emanuela Ersilia Abbadessa
ARTEMISIA GENTILESCHI
Musica di Matteo Sarcinelli
Artemisia Martina Malavolti/Luisa Bertoli
Lavinia Clarissa Di Lorenzo
ELEONORA DUSE
Musica di Giuseppe Guerrera
Eleonora Duse Nunzia Fazzi (Accademia AMO)
Arrigo Boito Gianpiero Delle Grazie
ONDINA VALLA
Musica di Saverio Santoni
Ondina Clarissa Di Lorenzo
Giornalista Martina Malavolti/Luisa Bertoli
Direttore Davide Cocito
Regia Livia Lanno
Scene e costumi Erika Chilò
Luci Ivan Pastrovicchio
Ensemble strumentale del Conservatorio Guido Cantelli
Produzione Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara
A collegare i tre quadri è Arrigo Boito, musicista e drammaturgo, che attraversa tempo e spazio nel tentativo di dare forma all’“eterno femminino”. Nel suo studio, mentre cerca l’ispirazione per un personaggio femminile, la sua immaginazione prende corpo attraverso le storie delle tre donne.
Il primo quadro è dedicato ad Artemisia Gentileschi, colta mentre dipinge e riflette, insieme all’amica Lavinia, sulla passione, sulla violenza subita e sulla difficoltà di essere donna e artista in un mondo maschile. Il secondo quadro rievoca l’amore intenso e clandestino tra Boito ed Eleonora Duse, fatto di arte, passione e rinuncia, vissuto come un attimo eterno destinato a finire con l’alba. Nel terzo quadro, Ondina Valla, ormai anziana, ripercorre la sua vita di atleta pioniera, le vittorie e gli ostacoli affrontati, offrendo uno sguardo di speranza sul futuro delle donne nello sport e nella società.
Nel finale, Boito comprende che la donna che sta cercando di raccontare non appartiene solo al passato: Artemisia, Eleonora e Ondina si mostrano come eredità viventi, fondamento di una donna del domani, forse ancora da nascere, ma già costruita dalle loro conquiste. Dal punto di vista musicale, i momenti di Boito fungono da ampie scene di raccordo, introducendo e preparando emotivamente ciascun quadro successivo.
Emanuela Ersilia Abbadessa
In questo paesaggio interiore, i personaggi che accompagnano le protagoniste svolgono una funzione psichica, evolvendosi a figure attraverso cui la coscienza prende forma fisica e si interroga.
Lavinia, accanto ad Artemisia, appare come una presenza speculare: indossa lo stesso abito, ma con i colori invertiti. È la voce della coscienza, la parte lucida e premonitrice che dà forma ai timori già presenti, che tenta di nominare ciò che ancora non è accaduto ma già abita il pensiero.
Arrigo, nella relazione con Eleonora, si configura come un’immagine evocata dal desiderio. È la figura necessaria che prende forma per colmare un’assenza, per dare consistenza al bisogno d’amore e alla costruzione dell’identità emotiva.
La Giornalista, accanto a Ondina, diventa lo spazio della memoria. Il dialogo tra le due si configura come un gesto di racconto e di trasmissione: forse un’intervista, forse qualcosa di più intimo. Forse quella voce è Ondina stessa che ripercorre la propria vita.
Questo impianto drammaturgico trova una traduzione nello spazio scenico, concepito come una soglia percettiva. Un velo di tulle attraversa il palcoscenico e separa il piano della percezione da uno spazio altro in cui prendono forma visioni, ricordi e proiezioni interiori.
Davanti a questa membrana si colloca Arrigo Boito. Dietro di essa emergono stanze che non hanno una consistenza realistica, ma psichica: luoghi della memoria e del desiderio in cui il tempo si stratifica e si trasforma.
Boito resta sempre sulla soglia. La sua posizione è quella di uno sguardo che osserva, interroga e tenta di comprendere, cercando di dare forma artistica a ciò che vede, senza poterlo mai attraversare completamente.
Ed è proprio in questa distanza che nasce la tensione più profonda di Trame di libertà: nel desiderio di conoscere l’esperienza dell’altro e nella consapevolezza che alcune vite possono essere soltanto intraviste.
Perché esistono storie che non possiamo abitare, ma che il teatro può ancora farci sfiorare.
Livia Lanno
