Melodramma giocoso in due atti
dal dramma Le Philtre di Eugène Scribe
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione: Milano, Teatro della Canobbiana, 12 maggio 1832

Adina Sabrina Sanza
Nemorino Nico Franchini
Belcore Giovanni Accardi
Dulcamara Giacomo Nanni
Giannetta Rosalba Ducato

Direttore Enrico Lombardi
Regia Andrea Chiodi

Scene Guido Buganza
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Gianni Bertoli

Maestro del Coro Massimo Fiocchi Malaspina

Coro OperaLombardia
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Coproduzione Teatri di OperaLombardia, Fondazione Teatro di Pisa, Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara

Nuovo allestimento

DRESSCODE OTTANIO/SFUMATURE BLU-VERDI PER LE SIGNORE, SCURO PER I SIGNORI

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Lavoro, società, incontri, amori, liti, inganni e relazioni personali si intrecciano. Ho intravisto tutto questo ne L’elisir d’amore e nel libretto di Felice Romani. Sono partito dal duetto finale di Adina e Dulcamara per immaginarmi un luogo dove tutto questo possa dipanarsi, e nelle parole dell’astuto e affascinante Dulcamara: “Egli è il gallo della checca tutte vede tutte becca ..” ho intravisto una vicinanza, certamente al mondo contadino a cui il libretto fa riferimento, ma andando oltre mi sono immaginato Adina a capo di una fabbrica di pasta all’uovo e quindi in una immaginaria fattoria piena di galline. In questo luogo che ho voluto astratto e vero nello stesso tempo si muovono i cuori e i pensieri dei personaggi che benché siano dentro un’opera buffa riescono anche ad avere un carattere estremamente violento e amaro. La relazione di tutti con Nemorino è complessa e molto commuovente a mio avviso, tanto che ho rivisto in lui un Quasimodo alla Victor Hugo, non uno stupido ragazzotto, ma un diverso che viene da subito emarginato, e solo quando si scopre che sta per incassare una grossa eredità inizia ad acquistare valore nella società e ad essere corteggiato. In una lettura quindi molto amara, fatta tutta di relazioni animate solo dalla convenienza, si muovono anche gli altri personaggi coro compreso. Dulcamara, il venditore ambulante dal grande fascino ha interesse solo per il profitto e per il desiderio di piacere, piacere a tutti e tutte in una sorta di fluido desiderio d’amore. Giannetta è alla disperata ricerca di un posto nella società ed è lei la prima a desiderare il Nemorino ricco ereditiere, il militare Belcore desidera emanciparsi essere affascinate come Dulcamara, ma riesce ad essere qualcuno solo esercitando il suo ruolo e il suo potere. Il più puro, il più vero, rimane Nemorino colui che porta una ventata di desiderio d’amore incondizionato, una figura autentica, umana, non certo lo stupido della fabbrica ma anzi il più intelligente. Non è un innamorato inebetito ma un innamorato capace di difendersi e di vendicarsi, ma alla fine capace di perdonare. Adina come proprietaria della fabbrica tiene le fila di tutto, anche delle vicende amorose, da subito dichiara di cercare un amore ma lo troverà o se lo inventerà? E Nemorino capirà da che amore è mossa Adina o gli basterà una furtiva lagrima dell’innamorata per gioire e immaginarsi un amore autentico che forse non è? Per dare spazio a questi interrogativi mi sono fatto guidare dalla musica, in una stupenda unità d’intenti con la direzione d’orchestra e tutto il team artistico.
“Chiedi al rio perché gemente dalla balza ov’ebbe vita, corre al mar che a sé l’invita, e nel mar sen va a morir: ti dirà che lo trascina un poter che non sa dir.”
Penso che questi versi stupendi di Felice Romani, insieme alla musica sublime con cui Donizetti li ha rivestiti, bastino da soli a far comprendere l’essenza di questo capolavoro che è L’elisir d’amore: una vera esplosione affettiva, in cui comicità e sentimentalismo convivono con pari dignità. Ecco allora che i momenti brillanti ed esilaranti (la sortita di Dulcamara, ad esempio, o la scena del pettegolezzo con Giannetta) convivono con la spavalderia di un “soldataccio” come Belcore e con la razionalità furbesca di Adina. Tutto questo si accompagna a momenti di malinconica tristezza, in cui anche noi potremmo essere tentati di versare qualche “furtiva lagrima”: è il caso, ad esempio, di “Adina, credimi, te ne scongiuro”, l’indimenticabile melodia cantata da Nemorino nel finale del primo atto.
Donizetti mette così in luce tutta la sua capacità drammaturgico-musicale, sia nella caratterizzazione delle linee vocali, sia nei preziosismi teatrali che pervadono la scrittura orchestrale.
Partendo da un’attenta e ragionata analisi del testo, ho deciso di armonizzare filologia e tradizione, in una convivenza che ritengo non solo possibile, ma anche necessaria. Il tutto senza mai perdere di vista la drammaturgia dell’opera (frutto anche di una bella collaborazione con il regista Andrea Chiodi e il suo team creativo).
In quest’ottica, le ripetizioni di arie e duetti presenteranno le opportune variazioni. Una vera perla, in tal senso, sono le due battute variate dallo stesso Donizetti nella seconda strofa di “Una furtiva lagrima”; tutte le altre variazioni, molto più umilmente, sono di mia mano, scritte espressamente per valorizzare appieno le capacità vocali dei nostri giovani interpreti, vincitori del prestigioso concorso AsLiCo.
Nell’augurare a tutti noi un “buon viaggio” all’interno di questa storia, mi piace pensare che forse finiremo per credere davvero al famoso elisir. E per fortuna, mi verrebbe da dire... D’altra parte, non è forse questo l’incanto del teatro?