Musica di GIOACHINO ROSSINI
Libretto di Cesare Sterbini

Direttore Christopher Franklin

Regia Alberto Jona
Scenografo Matteo Capobianco
Costumi Silvia Lumes

Conte d’Almaviva Chuan Wang
Don Bartolo Michele Govi
Rosina Mara Gaudenzi
Figaro Emmanuel Franco
Don Basilio Abramo Rosalen
Berta Giovanna Donadini

Nuova Produzione Fondazione Teatro Coccia

Mettere in scena Il Barbiere di Siviglia di Rossini è una scommessa da far tremare i polsi e insieme una gioia incredibile. Una scommessa perché ogni volta che ci si cimenta con i grandi capolavori si ha alle spalle e accanto messinscene e regie che è impossibile non conoscere, ricordare e ripercorrere, ora innovative, ora mitiche, ora folli, ora pietre miliari; dall'altra però la scrittura di Rossini è puro teatro e appena si apre lo spartito divampa una partitura scenica perfetta, dove ogni nota è gesto e ogni gesto musica.

Meccanismo perfetto a orologeria, patrimonio condiviso, adesso che lo gusto ogni giorno Il Barbiere mi conferma la vis comica dell'Arlecchino di Goldoni, commedia dell'arte e farsa che però contiene a sua volta i germi di un mondo che sta cambiando, di una nuova classe sociale che sta prendendo il potere e soprattutto di nuovi valori che coinvolgono anche il fare artistico e la creatività. Tutto questo con l'immensa autoironia di Rossini che sa sorridere addirittura dei propri meccanismi musicali, dei propri topoi, oltre che dell'uomo e del caos che si profila all'orizzonte.

Come metterla in scena? intanto gli spazi: dall'aperto al chiuso, un chiuso alla fine quasi claustrofobico da cui non si potrà uscire se non con il colpo di genio di Figaro. La vicenda? certamente uno scontro generazionale tra vecchi e giovani, e in mezzo una nuova figura che si afferma nella società e nell'opera, il borghese astuto e spregiudicato, Figaro appunto. Un meccanismo apparentemente adamantino, in realtà già incrinato dal caos che interseca più volte l'azione, sconvolgendo tutto e allontanandoci inesorabilmente dall'Illuminismo.

Un mondo vecchio affastellato, angusto e oppressivo, dominato dal complesso di Diogene del padrone di casa, che si oppone al mondo esterno definito dalla trasparenza della gioventù, dalla fantasia e dal sogno, ma anche dal rischio dell'imprevedibile, elementi evocati anche attraverso il linguaggio del teatro d'ombre, in forte contrasto con la claustrofobia del mondo di Don Bartolo.

Due mondi comunque colorati dove i personaggi sono quasi marionette ideofore, avrebbe detto Guido Ceronetti, cioè portatrici di idee, istanze, sentimenti, affetti, che avanzano apparentemente felici e spensierati verso l'abisso, come dei Lemming, in un tempo quasi sospeso che sta lentamente naufragando.

Tutto questo vedo adesso nel Barbiere, ma vedo anche una meravigliosa commedia dell'arte, folle gioco di puro divertimento.