immagine Ernani

PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA
CUORE DIVORATO
con GIOELE DIX

Musica di Joe Schittino, Cristiano Serino, Marco Taralli
Versi Francesca Bocca, Fabio Ceresa, Davide Rondoni
Regia e drammaturgia Gioele Dix
Direttore Antonello Allemandi
Scene Angelo Lodi
Disegno luci Daniele Savi
Danzatrice Giada Vailati
Grafiche video Mati srl
Aiuto regia Marialuisa Bafunno
CORO DEL TEATRO COCCIA
Maestro del Coro Francesca Tosi
Orchestra Sinfonica Carlo Coccia
Nuova commissione Fondazione Teatro Coccia
In occasione delle celebrazioni di Dante 700

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L’idea nasce dal primo sonetto contenuto nella Vita Nova di Dante Alighieri “A ciascun'alma presa e gentil core”. Dante afferma di aver composto il testo per salutare «tutti li fedeli d'Amore» e per chiedere loro «che giudicassero» un sogno fatto dopo aver incontrato Beatrice per la seconda volta, all'età di 18 anni. In questo sogno il poeta vede Amore personificato che tiene in braccio Beatrice addormentata avvolta in un drappo sanguigno. In una delle mani Amore tiene il cuore del poeta e, dopo aver svegliato la donna, le fa mangiare il cuore, cosa che ella fa «dubitosamente», cioè con paura. Molti sono stati nella storia i poeti che hanno “risposto” a questa sorta di “proposta” lanciata da Dante, a partire da Cavalcanti fino ad arrivare a D’Annunzio. Questa la genesi di CUORE DIVORATO, un’investigazione sull’Amore guidata da Gioele Dix coautore del testo insieme a Davide Rondoni, nonché regista e interprete nei panni di un curioso investigatore, che utilizzerà i tre sonetti commissionati in risposta al sonetto “proposta” dantesco a tre poeti del nostro tempo, Francesca Bocca-Aldaqre, Fabio Ceresa e Davide Rondoni, come fossero degli indizi utili alla comprensione del mistero che aleggia attorno a questo CUORE DIVORATO. La partitura è stata commissionata a tre compositori italiani Cristiano Serino, Joe Schittino e Marco Taralli ognuno dei quali musicherà un sonetto proponendo una cifra personale ma al contempo in sintonia con l’intera composizione che troverà unitarietà e completezza nelle parti di raccordo musicale laddove i tre compositori si uniranno in una sorta di contrappunto a tre voci.
Un Personaggio, interpretato da Gioele Dix, entra in scena sin dall’apertura, introdotto da un’Ouverture strumentale. Il Personaggio ha un computer grazie al quale conduce una parafrasi del Sonetto dantesco “A ciascun alma presa e gentil core”. Potrebbe essere uno studioso, uno scrittore o un insegnante che prepara un corso… La parafrasi tuttavia diventa sorprendentemente urgente, personale, intima, e si capisce presto che il Personaggio in qualche modo vive in prima persona ciò che descrive: la sua figura si sovrappone a quella di Dante, senza perdere la sua concreta modernità, a tal punto da lanciare un appello in diretta su un social media. Un breve intervento del coro propone l’ultima terzina del sonetto di Dante. Sulla musica il Personaggio è ora sdraiato e parla delle sue pene d’amore ad uno psicanalista che crede essere alle sue spalle: quando si accorge che non c’è nessuno dietro di lui si rivolge ai membri del coro che rispondono animatamente, quasi fossero i suoi stessi pensieri che si accavallano. Improvvisamente arriva la risposta dal social media. La riposta si rivela essere la Prima Variazione al Sonetto, che viene cantata nel Primo Madrigale. Sul finale del Madrigale ricompare, seduto ad un banco scolastico, il Personaggio, che, seguendo le parole appena sentite, recupera ricordi ed impressioni dell’infanzia e li associa al rapporto tra Dante e Beatrice Arriva quindi una nuova risposta dai social media: è la Seconda Variazione al Sonetto, che viene cantata nel Secondo Madrigale. Durante l’esecuzione compaiono proiettate immagini di Beatrice bambina e il Personaggio ricorda un suo amore infantile che si sovrappone alla figura della piccola Beatrice. Mentre il Personaggio riflette sul rapporto tra Tempo, Amore e Morte, entra in scena una danzatrice e si produce in un assolo: è Beatrice già donna. Dal fondale appare l’immagine di Davide Rondoni, il poeta autore della Terza Variazione al Sonetto che recita in un collegamento video esterno interagendo in diretta con il Personaggio. L’intervento viene chiuso dal Terzo Madrigale. Nel Finale il Personaggio, accompagnato dal Coro e dall’Orchestra, chiude e riassume tutti i temi toccati, con un intenso monologo sul Cuore come matrice, miraggio e simbolo di ogni rapporto d’amore.
In occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, Il Teatro Coccia mi ha commissionato la drammaturgia e la regia di un progetto multidisciplinare che mi è subito apparso meravigliosamente e pericolosamente ricco di suggestioni, suoni e risonanze. Uso il termine “pericolosamente” non solo per il sorprendente coraggio produttivo di commissionare a tre poeti e tre compositori contemporanei musiche e parole che impegnano sul palco - oltre a me - orchestra, coro ed una danzatrice, ma anche perché una sovrabbondanza di immagini e temi, così potenti da attraversare indenni sette secoli, costituisce per un regista una sfida che, come direbbe Dante con una delle sue più note immagini, “fa tremar le vene e i polsi”… Scelgo questa immagine non a caso, perché racconta del rapporto così forte di Dante con la fisicità, con il corpo, con il sangue che pulsa nelle vene, fosse anche per trascenderlo, ma senza mai prescinderne.
E di carne e sangue parla, tra le altre cose, il celebre sonetto dalla Vita Nuova “A ciascun’alma presa e gentil core” scelto come perno poetico del progetto, attorno al quale si articolano le tre variazioni dei poeti Francesca Bocca, Fabio Ceresa e Davide Rondoni, che divengono dei madrigali estremamente suggestivi, grazie alle notevoli musiche composte da Joe Schittino, Cristiano Serino e Marco Taralli, lavorando direttamente sui testi e sulle situazioni drammaturgiche evocate.
Mettere ordine è una cosa di cui sento la necessità nella mia casa, ma, lo confesso, molto meno nei miei pensieri; chi mi conosce bene sa quanto amo, anche sul palcoscenico, lasciarmi andare alle digressioni, al flusso delle associazioni e dei ricordi. Mi fa felice la leggerezza del pensiero e della parola che lo comunica, e diffido istintivamente della retorica… Come affrontare dunque, rimanendo me stesso, la molteplicità di codici che avevo davanti sotto forma di 14 endecasillabi rimati con ordine assoluto nelle canoniche due quartine e due terzine del sonetto stilnovistico? Credo molto anche al valore della pigrizia, una pigrizia creativa, diciamo così, per questo non ho cercato troppo lontano ed ho pensato di fare come Dante con l’Aldilà: ci sono entrato dentro in punta di piedi, portandomi dietro la mia storia, i miei ricordi e la mia personalità, mescolandomi e in qualche modo confondendomi con questi potenti flussi di senso. Facendolo - e cercando di conservare la felicità e la leggerezza del pensiero e della parola- ho scoperto che cercando una chiave, o, meglio, più chiavi e più percorsi nell’universo dantesco, si sente chiaramente che tutta questa materia è ancora viva e pulsante, è ancora parte del nostro grande cuore collettivo di uomini e donne del XXI secolo.

Ho pensato di affrontare da subito la materia poetica da cui partiamo, il sonetto di Dante appunto, ed ho deciso di farlo nel più tradizionale dei modi: raccontandolo, parafrasandolo. Vengo da un’idea di teatro che non nasconde e non dà per scontato nulla. E’ così che faccio iniziare questo viaggio, parlo al pubblico e racconto da dove partiamo, e, facendolo, quasi inevitabilmente entro nei panni di Dante, gli presto la mia voce e ospito la sua. Il sonetto stesso, in effetti, è costruito in modo da chiedere all’inizio – forma tipica della poetica stilnovistica - un parere, una risposta a tutti noi che siamo in qualche modo vittime dell’amore.
Dante racconta un sogno, un sogno profondamente angoscioso, in cui la sua amata, Beatrice, appare, cullata tra le braccia di Amore personificato e da lui riceve il cuore ardente del poeta e se ne nutre, lo mangia addirittura. Alla fine Amore si allontana piangendo e, lo sappiamo perché Dante ce lo spiega nel commento, lo fa perché presagisce la morte di Beatrice. Sappiamo nello stesso modo che Dante ha visto per la prima volta Beatrice quando erano bambini, a nove anni, e la rivede e conosce poi a diciotto. Come è noto Beatrice si sposa presto con un altro e muore giovane, probabilmente a ventiquattro anni. Questo lo sfondo reale su cui si proietta il sogno e tutto ciò che ne segue.
Per il Talmud il cuore “lev” ha certo a che fare con le emozioni, ma molto di più è la sede della volontà e dell’intelletto, un paradosso che rovescia il nostro senso comune di lettori occidentali. Il cuore è sicuramente il centro di questa narrazione e mi è sembrato interessante, sulla scorta del Talmud , delle mie passioni letterarie , ma soprattutto sollecitato dalle identità precise e diverse dei tre sonetti/variazioni e delle musiche che li accompagnano, fare un percorso in cui il cuore diventa incrocio, punto di incontro, luogo in cui ci si realizza, o ci si perde.
Il primo sonetto, di Francesca Bocca, parla appunto della perdita, con un chiaro collegamento alla perdita di Beatrice ma più in generale si tratta della perdita, non necessariamente negativa, del rapporto con la realtà, il cuore lascia un buco, un buco che dobbiamo riempire di senso. Nel secondo, di Fabio Ceresa, si parla del cuore come misura del tempo: quanto è diverso il cuore di un bambino da quello di una persona anziana? Quanto si sottrae al tempo il nostro cuore? La terza variazione al Sonetto, di Davide Rondoni, parla di un cuore fisico, umorale, legato ai cinque sensi, alla vista in particolare, riportandoci al legame forte di Dante e Beatrice, un amore nato “a prima vista” a nove anni e che ci fa pensare agli amori infantili, coltivati nel cuore come giardini segreti e alimentati quasi disperatamente dalla possibilità di vedere la persona amata.
Temi grandi quindi: amore, perdita e morte, tempo e senso della vita, gioventù e vecchiaia, ricordo e rimpianto, il corpo e la mente, la vista e i cinque sensi… Per provare a contenerli abbiamo progettato con Angelo Lodi una scenografia pulita, una sorta di guscio accogliente, di conchiglia, collocata in gran parte nel golfo mistico, in modo da permettere al pubblico lo sguardo diretto sul palcoscenico dove il coro, l’orchestra, la danzatrice sono parte fondamentale – anche visivamente - dello spettacolo, assieme alle luci disegnate da Daniele Savi ed alle grafiche video dello studio Mati. Lo scopo dell’allestimento nel suo complesso è di creare una avvolgente, suggestiva immersione di tutti i sensi nel cuore –è il caso di dirlo- della poetica dantesca, e permettere a tutti con più facilità di identificarsi nell’appello iniziale del poeta, quasi un abbraccio o forse una chiamata di corresponsabilità: A ciascun’alma presa e gentil core….

Gioele Dix
Novembre 2021